Dal diario

Sentire Roma: i suoni, i profumi e le atmosfere che solo chi viaggia a bordo di un tuk tuk può cogliere

Tuk tuk per Roma

Ci sono due modi di visitare Roma. Il primo è quello che conosce quasi tutti: fila davanti al Colosseo, audioguida nelle orecchie, occhi fissi sullo schermo dello smartphone per non perdere l'angolo perfetto per la foto. Il secondo — più raro, più difficile da trovare, infinitamente più prezioso — è quello di lasciarsi attraversare dalla città. Di sentirla, prima ancora di vederla.

Perché Roma non si capisce guardandola. Roma si annusa. Si ascolta. Si assaggia. E per farlo davvero, bisogna starle vicini, a livello della strada, senza i filtri del vetro di un pullman o la distanza asettica di un'app di navigazione.

È qui che entra in scena il tuk tuk elettrico.

Il silenzio che apre le orecchie

La prima cosa che sorprende chi sale a bordo di un tuk tuk elettrico nel cuore di Roma è il silenzio. Non quello vuoto e artificiale delle cuffie— un silenzio vivo, palpitante, fatto di tutti i suoni che la città produce e che normalmente il motore di un veicolo tradizionale copre senza pietà.

A bordo si sente lo scricchiolio del sampietrino sotto le ruote, quel ritmo irregolare e antico che racconta secoli di passi e di carri. Si sente la voce di due anziani che litigano affettuosamente affacciati a un balcone di Trastevere. Il campanone di una chiesa che segna le ore con una gravità solenne. Il cigolio di un'insegna di ferro battuto. Il verso di un gatto che sonnecchia sopra un muretto illuminato dal sole del pomeriggio.

Chi viaggia in automobile o in bus sente Roma come un fondale. Chi viaggia in tuk tuk la sente come una partitura.

I profumi che la città non mette nelle guide

Roma ha un olfatto tutto suo, stratificato e contraddittorio come la sua storia. E nessun mezzo di trasporto lo restituisce con la stessa fedeltà di un veicolo aperto, che si muove piano tra i vicoli.

Nei pressi del mercato di Testaccio, la mattina presto, l'aria porta con sé il profumo ferroso delle erbe fresche tagliate all'alba, mescolato al grasso caldo di una friggitoria che sta preparando i supplì del giorno. È un odore onesto, senza pretese, che ha la stessa dignità e la stessa radicalità della cucina da cui proviene: cacio e pepe, coda alla vaccinara, trippa. Ricette nate nelle cucine più povere di Roma e diventate, nel tempo, la sua firma gastronomica più riconoscibile.

A Trastevere, invece, i profumi cambiano registro con ogni curva. Il rosmarino che qualcuno sta bruciando lentamente sull'arrosto di domenica. Il vapore dolce di un forno che sforna maritozzi alla panna ancora caldi. Il muschio delle fontanelle, quei nasoni di ghisa verde da cui l'acqua scorre ininterrotta da decenni, fresca e calcarea come quella degli acquedotti romani. Ogni angolo è un'atmosfera diversa. Ogni atmosfera è una storia che nessuna guida turistica ha mai saputo raccontare.

La velocità giusta per capire una città

Roma, come tutte le grandi città antiche, non è stata progettata per essere capita in fretta. I suoi vicoli si aprono lentamente. Le sue piazze vanno conquistate a passo d'uomo. La bellezza che conta — non quella monumentale e già catalogata, ma quella viva, quotidiana, capace di fermare il fiato — si trova sempre all'angolo successivo, mai in bella vista.

Il tuk tuk viaggia alla velocità giusta per tutto questo. Abbastanza lento da permettere all'occhio di indugiare su un portone barocco, su un glicine che ha preso possesso di un intero palazzo nel rione Prati, su una nonna che stende il bucato tra due finestre con la stessa cura rituale con cui lo faceva sua madre. Abbastanza agile da infilarsi dove le automobili non entrano, da scoprire quella traversa laterale che sulla mappa non ha nome ma che porta direttamente al cortile più bello della città.

C'è una proporzione tra le dimensioni del veicolo e le dimensioni dei luoghi che si visitano. Un autobus non può entrare a Campo de' Fiori quando il mercato è nel pieno della mattinata. Un tuk tuk sì. E la differenza tra guardare un mercato romano da fuori e trovarcisi dentro — circondati dalle urla dei venditori, dall'odore delle spezie, dal colore violento dei pomodori e delle melanzane ammassate sulle bancarelle — è la differenza tra una cartolina e un ricordo.

Il momento in cui Roma ti prende

C'è un istante preciso, durante un tour in tuk tuk tra i quartieri autentici di Roma, in cui succede qualcosa di difficile da spiegare. Può capitare nel cuore di Testaccio, mentre la guida ti racconta la storia di una trattoria che non ha mai cambiato menu in ottant'anni. Oppure nel silenzio strano di un vicolo di Trastevere, la sera, quando le lampade al sodio tingono i sampietrini di un arancione antico e da una finestra aperta arriva l'odore di sugo che sobbollisce da ore.

È il momento in cui Roma smette di essere uno scenario e diventa un luogo. In cui si capisce che questa città non si è mai preoccupata di piacere al turismo, e che è proprio per questo che piace così tanto. Non ha paura delle proprie contraddizioni — la grandiosità e lo sfacelo, la bellezza e il caos, la cura maniacale per il cibo e la totale indifferenza per l'orario di chiusura. Roma è verace. Non finge. E chi la incontra senza fretta, senza distanze, seduto sul bordo aperto di un tuk tuk che scivola silenzioso tra i suoi vicoli, questo lo sente nella pelle prima ancora di riuscire a dirlo a parole.

Una città che ti porta con sé

Gli operatori turistici vendono esperienze. Ma non tutte le esperienze lasciano lo stesso tipo di traccia. C'è una differenza netta tra il ricordo di qualcosa che si è visto e il ricordo di qualcosa che si è sentito — con il corpo intero, non solo con gli occhi.

Chi ha visitato Roma a bordo di un tuk tuk elettrico, scivolando tra Trastevere e Testaccio nelle ore in cui la città è ancora dei romani e non ancora dei turisti, raramente ne parla come di un "tour". Ne parla come di un pomeriggio in cui si è innamorato di una città. Come di quel preciso momento in cui ha capito perché le persone ci tornano, ogni anno, e ogni anno trovano qualcosa che prima non avevano saputo vedere.

Roma non si esaurisce. Si sente, strato dopo strato, ogni volta che si rallenta abbastanza da lasciarla entrare

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